Chiudiamo un capitolo della nostra storia collettiva. Ci vediamo nelle strade

Nell’Aprile 2009 aprimmo la nostra storica sede a Genzano Vecchia. Da quel giorno, molti progetti hanno attraversato quel piccolo spazio che per noi è stato come una seconda casa. Un luogo di autorganizzazione e discussione, in cui abbiamo contribuito alla costruzione di lotte territoriali, ambientali, antifasciste, antisessiste. Molti i momenti ludici, a volte poco lucidi da una certa ora in poi. Lì nacque la biblioteca Assata Shakur, che oggi conta molti testi a disposizionee il progetto di serigrafia Jà. In quello spaziosi sono tenute le riunioni dei collettivi di genere e dei collettivi studenteschi che negli anni si sono susseguiti. Da sempre ritrovo per le riunioni del collettivo OpS, nato con l’occupazione del teatro comunale di Genzano. Dieci anni di vita, di cortei, di punte, riunioni, repressione e denunce, scazzi e amori, incomprensioni e lotta, le cazzate e gli errori, presidi alle 4 di notte e macchinate, colla, secchi e manifesti, punte antifa e la bara del boia, aò regà i fasci a grotta!!, gli aperitivi di sinistracritica con la neve e il microonde, occupyVILLALUSI!, gli aperitivi con le bsa per i progetti a nardò e in emilia, cerroni pezzo di merda sempre e comunque (di carlo idem – RIP), 500 miliioni per l’inceneritore non li pagamo!. E poi la polverini che ancora rosica, marrazzo e la meloni: “VERGOGNA!!”.
10 anni di lotta.

Nella nostra sede abbiamo condiviso e messo in pratica l’idea che un altro mondo è necessario, abbiamo qualche volta scazzato e fatto pace, ci siamo conosciuti e qualche volta amati, ci siamo congelati l’inverno e rinfrescati l’estate. Da li siamo sempre partiti per tutti gli attacchinaggi fatti, i volantinaggi e le punte per i cortei nazionali e locali.

A dieci anni di distanza, abbiamo deciso che è arrivato il momento di chiudere questo luogo che ci ha accompagnati e in cui siamo cresciuti. Lo facciamo contemporaneamente alla chiusura del nostro progetto politico, OPS.

Nonostante la convinzione che siamo tutt* util* e nessun* indispensabil* possiamo dire di aver fatto la nostra parte, con testa e cuore sempre in prima linea.

Non stiamo andando a casa, questo no. Le nostre condizioni materiali sono sempre sotto attacco del capitale e del patriarcato. Nonostante le vittorie ottenute sul fronte ambientale, gli attacchi al nostro territorio da parte di qualche speculatore, sono all’ordine del giorno. Senza contare che nonostante gli anni di umiliazione, l’estrema destra ogni tanto prova goffamente a riabilitarsi e noi non possiamo perdere occasione per ricordare loro che da noi non hanno mai avuto agibilità e mai l’avranno.

Dunque non ci va e non ci possiamo permettere di tornare a casa. Abbiamo deciso di chiudere questi 10 anni perchè gli strumenti di cui ci siamo dotati fino ad ora, oggi sono non più sufficienti. Abbiamo deciso, ancora una volta di rimetterci in gioco e costruire un nuovo progetto che ci permetta di continuare a contribuire ad una società in cui nessuno viene lasciato indietro.

Ci rivediamo nelle strade

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Cambiare il sistema per la giustizia climatica

In questo ultimo anno, a dispetto dei tempi bui che i risultati delle elezioni politiche registrano da est a ovest, stiamo assistendo a un protagonismo sempre più massivo da parte di pezzi di società.
Ad indicare la strada, per un cambiamento radicale dell’attuale sistema economico , sono state le donne, che dal 2016 non hanno concesso tregua ai governi e alle politiche reazionarie.
Quest’anno, a rigenerare speranza, oltre alle mobilitazioni femministe, quelle degli studenti e delle studentesse che il 15 marzo, hanno dato vita al primo sciopero per il clima a livello mondiale, accogliendo l’invito dell’ attivista Greta Thunberg.
Mentre nel nostro paese gli “intellettuali” e politici si chiedono da chi sia pagata la giovane attivista o esprimono sentimenti di odio verso di lei, migliaia di studenti e studentesse sono andati alla sostanza e hanno deciso di adottare il suo slogan e costruire lo sciopero per il clima. Uno sciopero che ha avuto impatto a livello internazionale e che anche nel nostro paese ha mobilitato migliaia di giovani.
Il prossimo appuntamento in Italia sarà sabato 23 marzo, giorno in cui movimenti, associazioni, singoli si ritroveranno a Roma contro le grandi opere, i cambiamenti climatici e la tutela della vita, in ogni sua forma, su questo pianeta.

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L’Italia e il mondo interno alla vigilia dello sciopero globale dell’8 marzo

Pubblichiamo un piccolo contributo uscito alla vigilia dell’8 marzo su CADTM Belgio. http://www.cadtm.org/L-Italie-et-le-monde-a-la-veille-de-la-greve-du-8-mars

 A qualche giorno di distanza, ci sembra evidente che il movimento femminista continua a dimostrare la propria forza e vitalità. In 50 paesi in tutto il mondo, migliaia di donne hanno scioperato e manifestato dal lavoro produttivo, dal lavoro di cura, dai consumi.

In Italia, il movimento ha inondato le strade in 40 le città  e oggi rilancia la mobilitazione contro il DDl Pillon.

Alla vigilia del terzo sciopero globale delle donne contro ogni forma di violenza di genere , emerge la capacità del movimento femminista di rompere i confini, di proporre e stabilire alleanze trasversali con altre lotte.

Da est ad ovest, il movimento sta costruendo una controffensiva all’ondata reazionaria, conservatrice e razzista e alle politiche liberiste che accellerano i tagli alla spesa sociale, le privatizzazioni dei servizi essenziali, la precarizzazione e lo sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici.

Le organizzazioni politiche socialdemocratiche che hanno scelto di concertare con il capitalismo barattando qualche diritto politico per cedere sulla difesa dei diritti sociali, sono andate in frantumi con la crisi economica spianando la strada all’avanzata delle destre e delle destre estreme. Queste, portatrici di una visione del mondo xenofoba, elitaria, misogina, avanzano politiche che colpiscono in particolare donne e migranti e sono funzionali al liberismo.

Una regressione dei diritti delle donne a tutte le latitudini

Le proposte di leggi e la propaganda antiabortista, avanzate in molti paesi hanno come obiettivo quello di ridefinire e attaccare ancor di più l’autodeterminazione delle donne e rinforzare la fase neoliberista, che si valorizza attraverso l’espropriazione dei territori, delle risorse ma anche dei corpi (in primo luogo delle donne). Ogni aspetto della nostra vita, da quello lavorativo, a quello affettivo e riproduttivo è aggredito e soggetto a espropriazione e mercificazione.

Le donne sono di fatti tra i soggetti che subiscono i maggiori attacchi da queste politiche. Sono le più colpite dalla povertà; dalla dismissione del welfare, dai tagli ai programmi e ai servizi sociali che concernono il lavoro di cura. Questo è delegato al lavoro gratuito femminile e/o mercificato, sfruttando spesso il lavoro per lo più delle donne migranti, che ricevono salari che non permettono un livello dignitoso di vita.

La maggior parte dei lavori precari, non qualificati e part-time, è svolto dalle donne. Esse hanno maggiori difficoltà ad accedere all’assistenza sanitaria e all’istruzione1.

In merito alla disuguaglianza salariale, a livello globale, le donne guadagnano il 23% in meno degli uomini. Inoltre questi ultimi, possiedono il 50% in più della ricchezza detenuta dalle donne. In Europa, il divario retributivo é pari al 16,2 %2.

La tabella qui di seguito, riporta il divario retributivo di genere (differenza tra retribuzione oraria lorda media tra uomini e donne) nel 2016.

Fonte: https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Gender_pay_gap_statistics

Come mostra il secondo grafico, la forbice, in termini assoluti, risulta più elevata nel settore privato. Questo perchè nel settore pubblico, i contratti collettivi nazionali svolgono ancora una certa tutela.

 

Fonte: https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/images/8/85/UnadjustedGPG_Table3.PNG

Particolarmente critiche sono le condizioni di lavoro che riguardano le donne, soprattutto migranti, nel settore del lavoro domestico.

Uno studio dell’European Union Agency for Fundamental Rigths,, pubblicato nel giugno 2018 e basato sull’esperienza diretta di 51 donne intervistate dal 2013 al 2017, racconta di condizioni di lavoro spaventose e di una strutturale violazione dei diritti fondamentali in tutta Europa. Abusi e molestie subiti per timore di licenziamenti o di espulsioni. Orari di lavoro che raggiungono le 18 ore giornaliere e livelli di retribuzione inadeguati. Mancanza di pause giornaliere e periodi di riposo3.

Tra le cause c’è la questione del permesso di soggiorno legato al contratto, che apre le possibilità di ricatto per il datore di lavoro.

Povertà e disuguaglianze non dipendono dalla crisi ma sono il frutto di precise scelte politiche. Per questo motivo da ogni latitudine, il movimento femminista ha dichiarato guerra all’ordine mondiale, al saccheggio delle risorse e dello stato sociale.

il movimento femminista ha dichiarato guerra all’ordine mondiale, al saccheggio delle risorse e dello stato sociale.

Partendo da questi presupposti, da un attacco delineatosi a livello globale, il movimento femminista sta costruendo la resistenza e la controffensiva all’attuale modello di sviluppo. Lo ha fatto valorizzando le diverse esperienze e condizioni che lo attraversano.

Un movimento femminista globale

Con la consapevolezza che l’accesso a condizioni di vita degne non passa da una difesa formale dei diritti, ma dal ribaltamento dell’attuale modello di sviluppo, dalla redistribuzione delle ricchezze e dalla giustizia sociale.

Il movimento femminista, in Argentina, Brasile, Cile partendo dalla lotta contro la violenza sulle donne e il diritto all’aborto libero, sicuro e gratuito, hanno dichiarato guerra alle politiche economiche e repressive dei loro rispettivi governi.

Le donne curde stanno guidando il processo Rivoluzionario nel Rojava.

In Bangladesh, le lavoratrice del settore dell’abbigliamento sono state il motore trainante degli scioperi per ottenere condizioni di lavoro degne, un salario minimo, la sicurezza sul posto di lavoro. Le loro vittorie sono un importante precedente per il miglioramento delle condizioni di lavoro, nel settore dell’abbigliamento, in tutto il mondo4.

In Ungheria, le donne hanno giocato un ruolo di primo piano contro la slave law . Nel paese, il primo ministro Orban, in un clima di campagna elettorale permanente, si è distinto per le sue posizioni xenofobe, e contrarie all’aborto. Fautore nel 2010 dello strike act, volto a vanificare il diritto di sciopero, nel 2012 il primo ministro ha approvato la riforma del codice del lavoro. Al cuore della legge: flessibilità e promozione della contrattazione diretta per tutti i lavoratori e le lavoratrici. Nel dicembre del 2018 è stata approvata la slave law, che prevede la possibilità di aumentare da 250 a 400 le ore di straordinario annue e di pagarle dilazionate in tre anni5.

La Polonia è un altro esempio di paese dove le politiche nazionaliste e conservatrici si adeguano nella cornice neoliberale. Unico paese dell’UE ad aver accettato le SEZ (special economics zone), qui le donne hanno avuto un ruolo importante nelle lotte per il miglioramento delle condizioni di lavoro e sono state le protagoniste dello sciopero che nel 2016 ha costretto il governo polacco a ritirare la proposta di legge contro l’aborto6.

Stesso discorso per gli Stati Uniti, dove le donne sono l’opposizione più importante alla presidenza Trump e protagoniste del movimento occupy wall street e del vittorioso sciopero costruito dalle insegnanti7.

In Tunisia sono sempre le donne ad aver avuto il ruolo di primo piano nella rivoluzione del 2011, continuando ancora oggi, a avanzare l’una fianco all’altra, per trasformare la società. Negli stati Spagnoli, il movimento Ni una Menos rappresenta la spina nel fianco all’avanzata dell’estrema destra e lo scorso anno ha costruito lo sciopero delle donne più grande della storia a cui hanno aderito circa 5 milioni di persone.

L’Italia non fa eccezione. Il Movimento Non Una di Meno, nato in Italia nel 2016 ha messo al centro delle rivendicazioni il contrasto alle politiche avanzate dai governi, non da ultimo dall’attuale governo “giallo-verde” (governo movimento5 stelle-lega). É in prima linea nella lotta contro le leggi in materia di immigrazione, nel contrastare le ingerenze cattoliche nel mondo della formazione, nel contrastare il provvedimento del reddito di cittadinanza, misura tutt’altro che universale e prettamente familistica.

Il contesto italiano

Il divario retributivo di genere, cioè la differenza nella retribuzione oraria é pari al 5,3% nel 2016. Mentre il divario di guadagno complessivo é del 43,7% nel 20148.

In Italia, nel 2016, la percentuale di donne che svolgono un lavoro di cura è del 97% contro il 73% degli uomini (con una media europea del 72% delle donne contro il 68% degli uomini). Per quanto riguarda le attività domestiche, in Europa le donne sono il 79% a svolgere queste attività contro il 34% degli uomini, mentre in Italia, si registra l’81% delle donne contro il 20% degli uomini9.

Nel paese, l’alleanza tra la destra e gli ambienti reazionari del mondo cattolico, si è tradotta in proposte di legge e iniziative volte a colpire i diritti e l’autodeterminazione delle donne. Ma tentativi in questo senso erano stati fatti anche dai governi precendenti.

Ricordiamo per esempio, il piano per la fertilità, proposto dal ministro Lorenzin nel 2015, goffo tentativo di compiacere i conservatori cattolici che hanno trovato un valido alleato nell’attuale governo giallo-verde.

In questo stesso senso vanno pure letti i provvedimenti xenofobi in materia di immigrazione. Il decreto legge Salvini segna un importante passo indietro nella tutela dei diritti dei richiedenti asilo e mette in serio pericolo le donne migranti vittime di violenza.

Il prolungamento del congedo di maternità, contenuto in finanziaria, che prevede la “possibilità” di rimanere a lavoro fino al nono mese di gravidanza. Come se ci possa essere possibilità di scelta in un contesto in cui, le riforme del mercato del lavoro, da ultima, il jobs act (voluta dal precedente governo Renzi) hanno acuito la precarietà e smantellato ulteriormente diritti10.

Nonostante i numeri che concernono la violenza contro le donne, proseguono i definanziamenti e gli attacchi ai centri antiviolenza che da anni svolgono un lavoro fondamentale quotidiano per quanto riguarda il contrasto alla violenza. Il rapporto Istat, presentato nel 2018 in riferimento all’anno 2016, delinea una situazione drammatica. Su 109 omicidi di donne, tre su quattro è stato commesso in ambito familiare. Il 31,5% delle donne tra i 16 e i settanta anni ha subito violenza fisica o sessuale. Il 62,7% degli stupri è commesso dal partner ed ex partner. Circa il 10% ha subito aggressioni prima dei sedici anni11.

Nonostante emerga da queste statistiche che la violenza contro le donne sia un fenomeno strutturale e abbia un profilo familiare, pochi mesi dopo il suo insediamento, il governo, il primo giugno 2018, ha presentato il disegno di legge n. 735/S “Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità”, meglio conosciuto come Decreto Pillon, dal nome del senatore primo firmatario, Pillon appartenente alle sfere della destra cattolica e reazionaria.

Il ddl Pillon rappresenta un grave arretramento dei diritti civili , in particolare per le donne e i bambini che sono vittime di violenza. La proposta introduce la mediazione obbligatoria, la sindrome parentale, il mantenimento diretto. Inoltre prevede un complesso meccanismo di accordo tra i genitori sulle spese, la suddivisione automatica del diritto di visita, sanzioni alle donne che denunciano una violanza quando questa non arriva a condanna, modifiche alla norma penale in merito alla violenza domestica. Il ddl Pillon è la riforma del diritto di famiglia che se approvata rappresenterebbe un arretramento di decenni perchè nei fatti nega le libertà individuali, limitando la possibilità di divorziare con l’obiettivo di difendere “l’unità familiare”, viola i diritti umani di donne e bambini nella misura in cui obbliga le donne che subiscono violenza alla mediazione e le minaccia in caso di denuncia12.

La mobilitazione dell’8 Marzo in Italia e nel mondo

Anche contro questo provvedimento che il movimento femminista italiano, Non una di Meno, si sta mobilitando. Bisogna anche dire che il movimento, in numerose città, ha bloccato o fatto ritirare le mozioni antiabortiste proposte nei consigli comunali dalla destra e dal movimento pro-life.

Sarà uno sciopero della produzione, ma anche della riproduzione, dei consumi, uno sciopero studentesco

L’8 marzo per la terza volta, il movimento femminista in Italia come in Argentina, Spagna, Belgio, Polonia, Turchia ecc. sarà nuovamente protagonista dello spazio pubblico. Sarà uno sciopero della produzione, ma anche della riproduzione, dei consumi, uno sciopero studentesco. Uno sciopero dalla produzione dunque ma anche dal lavoro di cura, dall’insieme delle relazioni sociali, delle costrizioni sociali e dagli stereotipi di genere. Questo sciopero vuole mettere in risalto il lavoro invisibile delle donne, a casa come al lavoro, rimettere in discussione i rapporti di forza delineati dal patriarcato e dal capitale e cominciare a disegnare un sistema di sviluppo basato sulla solidarietà, la giustizia sociale e la redistribuzione delle ricchezze.

1 Marie-Laure Coulmin Koutsaftis, International Day for Women’s Rights : Debt is not just a financial instrument, it is also a gendered tool, 15 March 2018, disponibile : http://www.cadtm.org/International-Day-for-Women-s

2 Winning Women Institute, Gap salariale : donne pagate meno, per l’Onu è il più grande furto della storia, 2017, disponibile su:http://winningwomeninstitute.org/news/gap-salariale-il-piu-grande-furto/

3European Union Agency for Fundamental Rigths, Out of sight : migrant women exploited in domestic work, giugno 2018, disponibile su : file :///D :/Download/fra-2018-migrant-women-labour-exploitation-domestic-work_en.pdf

4Clean Clothes Campaign, Demonstrations at Bangladeshi embassies demand respect for garment workers’ rights, published 28/01/19, disponibile su : https://cleanclothes.org/news/2019/01/28/demonstrations-at-bangladeshi-embassies-demand-respect-for-garment-workers2019-rights

5 Connessioni precarie, Reazione e rivolta. Dentro alla mutazione infinita dello stato presente delle cose, 14 Gennaio 2019, disponibile su :
https://www.connessioniprecarie.org/2019/01/14/reazione-e-rivolta-dentro-alla-mutazione-infinita-dello-stato-presente-delle-cose/

6Connessioni precarie, Polonia : zone di sfruttamento speciale, giugno 2013,http://www.connessioniprecarie.org/2013/06/06/polonia-zone-di-sfruttamento-speciale/

7Tithi Bhattacharya, Caring Enough to Strike : US Teachers’ Strikes in Perspective, January 14, 2019 http://www.rebelnews.ie/2019/01/14/american-teachers-striking-back/?fbclid=IwAR36JlcqbV5LcLoSSS67L9NXxZAsNkoqBBl24B5W8tZQN6d-x5ODasGClx4

8  European Union, Gender Pay Gap in Italy, 2018, disponibile su  https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/aid_development_cooperation_fundamental_rights/equalpayday_factsheets_2018_country_files_italy_en.pdf

La vita delle donne e degli uomini in Europa, Istat-Eurostat 2017, disponibile suhttps://www.istat.it/it/files/2017/10/WomenMenEurope-DigitalPublication-2017_it.pdfhttps://www.istat.it/it/files/2017/10/WomenMenEurope-DigitalPublication-2017_it.pdf

10 La vita delle donne e degli uomini in Europa, Istat-Eurostat 2017, disponibile https://www.istat.it/it/files/2017/10/WomenMenEurope-DigitalPublication-2017_it.pdfhttps://www.istat.it/it/files/2017/10/WomenMenEurope-DigitalPublication-2017_it.pdf

11 Non una di Meno, Maternità flessibile ? Noi scioperiamo !#8marzo, février 2019, disponibile su : https://nonunadimeno.wordpress.com/2019/02/21/maternita-flessibile-noi-scioperiamo-8marzo/

https://www.istat.it/it/files//2018/03/Violenza-di-genere_Prof.-G.-Alleva.pdf

12 Biaggioni E., Pirrone M., L’attuazione della Convenzione di Istanbul in Italia. Rapporto delle associazioni di donne, octobre 2018, disponibile su : https://www.direcontrolaviolenza.it/wp-content/uploads/2018/10/GREVIO.Report.Ital_.finale-1.pdf

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La storia di Lamin, ci insegna perchè opporci al Decreto Salvini

Lamin è un ragazzo gambiano di 23 anni, arrivato in Italia 3 anni fa. Il suo permesso per motivi umanitari è in scadenza a fine febbraio per cui la sua unica speranza in base alla nuova normativa è quella di convertire l’umanitaria in un permesso di lavoro. Serve un regolare contratto e poi via in Questura ad avviare la pratica. Questo Lamin e le migliaia di persone che si trovano nella sua situazione lo sanno bene, ma lo sanno bene anche i tanti imprenditori che da anni si approfittano della ricattabilità dei migranti per sfruttare la loro forza lavoro. Ed è grazie al Decreto Salvini che Lamin, che al momento della conversione in legge era alla ricerca di lavoro, ha accettato un contratto capestro da parte di un ristoratore: sei giorni a settimana, 12 ore al giorno, per la bellezza di 600 euro al mese. Prendere o lasciare, e non solo il lavoro, ma anche l’Italia, visto che se non avesse accettato avrebbe rischiato l’espulsione.
Ecco se si vuole una fotografia nitida degli effetti del Decreto Salvini la storia di Lamin è perfetta e racconta ancora una volta di come il razzismo normativo che da anni si abbatte contro gli stranieri serva innanzitutto a creare lavoratori altamente sfruttabili e a dare in pasto all’opinione pubblica un capro espiatorio che si vorrebbe docile e in silenzio, senza il diritto ad avere diritti.

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“Insieme siam partite, insieme torneremo! Non una di meno!”

Sabato 24 novembre le strade di Roma, per il terzo anno consecutivo, si sono nuovamente tinte di fucsia: una marea di 200.000 persone hanno sfilato per tutta la città, unite dal grido “Insieme siam partite, insieme torneremo! Non una di meno!”. A gridare contro la violenza di genere e contro il governo giallo-verde c’erano donne, migranti, studenti, soggettività Lgbtq+, ma anche uomini. Non Una Di Meno è infatti un movimento trasversale che a partire dalla voce delle soggettività oppresse lotta per liberare l’Italia e il mondo dalla cultura patriarcale, dalla deriva razzista e omofoba, dalla politica securitaria e dal tentativo di abbattere il welfare privilegiando la privatizzazione.
Grazie ai collettivi femministi che continuano a nascere in tutto il Paese, si stanno portando avanti campagne per esigere un aborto libero, sicuro e gratuito potenziando la Legge 194, per un mondo senza confini in cui, al contrario di ciò che esprime il decreto Salvini, le donne e gli uomini possano muoversi liberamente, e per promuovere un’educazione di genere che si contrapponga al tradizionale ruolo della donna – e della bambina – mai slegato dalla figura maschile, come cerca di ribadire anche il Ddl Pillon.

A seguito della grande manifestazione, il 25 novembre si è tenuta l’assemblea nazionale di Non Una Di Meno, che ha visto una nu,erosa partecipazione di donne e uomini giunte/i da ogni parte d’Italia. Nel corso della discussione, che ha visto decine di interventi da parte di tutte le assemblee territoriali, è stato ribadito con forza che a chi ci vuole sottomesse, relegate in ruoli di cura e silenti davanti a un continuo attacco alle nostre vite e ai nostri corpi, l’unica risposta possibile è lo Sciopero dell’8 marzo: una giornata in cui tutte le donne, lavoratrici e non, si astengono dal lavoro di produzione e riproduzione, per dire che se la nostra vita non vale, noi scioperiamo!
Anche nel territorio dei Castelli Romani abbiamo sentito la necessità di creare uno spazio femminista e proporre politiche in linea con il movimento nazionale. È con questi presupposti che nasce Non Una Di Meno Castelli Romani, che si riunisce ogni due settimane ad Albano Laziale. Stay Tuned!

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PUZZACHEACCORA

Per chi negli ultimi 10 anni ha speso tempo, testa e cuore per difendere il proprio territorio, l’assoluzione di Cerroni, patron dei rifiuti nel Lazio, non è facile da digerire.
Non abbiamo mai augurato il carcere a nessuno e mai lo faremo, però pensare che questa vagonata di monnezza umana, che per anni ha inquinato, lucrato e distrutto molte vite, la passi liscia è un duro colpo.
Condannarli avrebbe significato ammettere che il sistema di gestione e smaltimento dei rifiuti nel Lazio guarda al profitto, punto. Poco importa se le falde acquifere vengono contaminate, se la gente si ammala, se per strada ci sono cumuli di monnezza.
Il modello di sviluppo (che contempla anche i rifiuti) deve continuare a basarsi sulla sottrazione sistematica di ricchezza dai territori a favore di chi li devasta e sul trasferimento di sovranità, da chi quei territori li abita a chi li depreda.
L’imperativo è lucrare su tutto e questo deve valere sempre, non si può mettere in discussione.
Vedere Cerroni e compagnia piangere di gioia ci fa salire una discreta rabbia, quella utile per continuare a lottare. Perché se i tribunali giocano sporco, noi continueremo a lottare. Come abbiamo sempre fatto.
Dopo la sentenza di oggi, possiamo affermare che come abbiamo impedito la costruzione dell’inceneritore ad Albano, con la stessa determinazione, continueremo a difendere le nostre vite e il nostro territorio.

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La legalità del profitto vs la disobbedienza solidale

Nell’appartamento “G.Tavernese” n.1 sito a Riace Marina in via Nazionale 52, registrato in banca dati SPRAR, che avrebbe dovuto accogliere i beneficiari identificati con i codici 274138, 281604, alloggiava una coppia di nazionalità nigeriana non rientrante nell’accoglienza SPRAR ma di competenza della Prefettura”. Dalle motivazioni del Ministero dell’Interno per la sospensione dei fondi a Riace.

“A me contestano un matrimonio che hanno definito «combinato» anche se di combinato non c’è nulla, ma a #Minniti perché non viene mai contestata l’ecatombe di migranti in Mediterraneo o la deportazione di africani nei campi di tortura libici? La risposta io ce l’ho: perché noi siamo gli ultimi, e non contiamo nulla. Ma verrà il tempo in cui questi ultimi, questi «zero» come mi ha affettuosamente definito #Salvini, si ribelleranno”. Mimmo Lucano, Sindaco di Riace

 

Dare un senso compiuto a quello che sta accadendo in questo periodo in Italia e in Europa non è semplice, oggi meno che mai. Non è semplice comprendere quale sarà la società che verrà, quasi impossibile capire cosa rimarrà di questa presunta democrazia. Evidentemente siamo ad una svolta neo-autoritaria che fa leva su razzismo, xenofobia, nazionalismo, sessismo e omofobia, istinti feroci che accomunano tutti i brandelli delle democrazie occidentali, dagli USA alla Francia, dalla Germania all’Italia. La fine della storia teorizzata da qualcuno non era proprio la fine e l’ordine neoliberale dipinto a destra e a manca come neutrale e pacifico ha prodotto una involuzione antidemocratica di cui vediamo oggi i frutti più amari e pericolosi.
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Il nemico è chi sfrutta, non chi è sfruttato.

Leggiamo sui giornali locali cronache piuttosto fantasiose su quanto avvenuto il pomeriggio di venerdì 14 settembre a Rocca di Papa.
Fantasiose ed errate sicuramente rispetto ai numeri della manifestazione di Casa Pound: chi parla di 200 manifestanti sbaglia per eccesso e di molto. Le presenze in piazza della formazione di estrema destra arrivavano sì e no alle 60 persone e ben poche venivano dai Castelli. Il presidio antifascista, invece, contava più di cento manifestanti, tutti della zona.
Le cronache appaiono fantasiose e tendenziose anche rispetto alla descrizione globale degli eventi. Ripropongono, infatti, una narrazione tossica, intrisa di cliché, rispolverando il mito degli “opposti estremismi”. Secondo i cronisti a Rocca di Papa si sono fronteggiate due fazioni opposte “i rossi” e “i neri”; alcuni parlano di una manifestazione finita “con un nulla di fatto”, come se fosse un derby calcistico.
Quello che è successo venerdì 14 settembre a Rocca di Papa è molto diverso. Ad una formazione fascista, che dovrebbe essere messa fuori legge se solo si rispettasse il dettato costituzionale, è stato permesso di occupare la piazza principale di Rocca di Papa. Occuparla per diffondere messaggi di odio e di violenza: odio contro i migranti, con slogan razzisti e xenofobi. È stato concesso spazio ad un partito violento, finanziato in modo criminale e che fa affari con le mafie.
Di fronte a questo scempio alla democrazia e alla convivenza civile gli antifascisti e le antifasciste dei Castelli Romani sono scesi in piazza per ribadire che l’antifascismo è il valore fondante del nostro paese. Per affermare che le autorità non dovrebbero concedere spazio a chi propaganda odio e violenza. Noi abbiamo ribadito che nel nostro territorio non c’è posto per il razzismo, che la società che vogliamo è multiculturale, aperta all’altro e inclusiva. Che laddove il sistema di accoglienza non funziona non è per colpa dei migranti (che sono i primi a soffrirne), ma degli italiani criminali che speculano e delle istituzioni inadempienti. Abbiamo ribadito che la propaganda dei fascisti è falsa: se le condizioni di vita della popolazione sono peggiorate non è colpa di un pugno di migranti che arrivano nel nostro paese scappando da guerre e miseria, ma è responsabilità diretta delle scelte economiche e sociali prese da governi di differenti colori ma tutti di stampo neo-liberista, da Berlusconi, Monti, Renzi, fino a quello attuale. Non sono gli ultimi i nostri nemici ma chi ci sfrutta, chi erode i nostri diritti, chi restringe gli spazi di libertà con la repressione, chi ci rende precari e schiavi nel mondo del lavoro, chi taglia la spesa pubblica.
Abbiamo affermato le nostre parole d’ordine con fermezza e con calma e senza cedere alle provocazioni. Non eravamo in piazza per scontri o risse, come qualche cronista vorrebbe affermare, ma per difendere gli spazi di libertà di tutti e tutte, minacciati dal fascismo e dal razzismo, che il governo Salvini Di Maio alimenta. Lo abbiamo fatto mentre andava in scena un paradosso: ai fascisti era permesso stare in piazza, mentre noi siamo stati controllati e minacciati dalle forze dell’ordine. Forze dell’ordine che per “controllarci” hanno impedito il passaggio e la mobilità anche ai cittadini di Rocca di Papa. Questi, però, hanno ben capito che i loro disagi non erano causati dal nostro presidio, con cui hanno solidarizzato e a cui si sono uniti, ma dalla scelta di concedere la piazza a CasaPound. Le forze dell’ordine, di fatto, invece di essere al servizio della popolazione le hanno causato disagio e hanno lavorato per proteggere un gruppo di fascisti.
Vorremmo ricordare, infine, che non ci si può dire democratici se non ci si dice antifascisti, perché è dalla Resistenza al fascismo che è nata la nostra Repubblica, perché i valori della giustizia sociale, dell’uguaglianza, della libertà e della tolleranza sono gli unici che possono orientare il nostro futuro. Forse qualcuno ha dimenticato che Casa Pound è erede di quel partito che in Italia uccise la libertà, che confinò chi la pensava diversamente, che creò un sistema totalitario e violento, che portò il paese alla Seconda Guerra Mondiale. Noi continuiamo a ricordarlo, come abbiamo fatto impedendo la sepoltura ad Albano del boia delle Fosse Ardeatine Erich Priebke nel 2013. Lo ricordiamo anche a quelle autorità che continuano a dare spazio ai fascisti e a quei cittadini che abboccano alla loro becera propaganda. Il nostro territorio ha avuto una storia di opposizione al fascismo, di resistenza, di lotta e solidarietà. Noi non la lasceremo cancellare e continueremo a tenerla viva. Nopasaran!

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PRIMA GLI SFRUTTATI

VENERDI’ 14 SETTEMBRE CI RITROVEREMO PER LE STRADE E LE PIAZZE DI ROCCA DI PAPA, PER RIBADIRE CHE AI CASTELLI ROMANI, GLI UNICI STRANIERI SONO I FASCISTI. VOGLIAMO IMPEDIRE CHE LA PROPAGANDA RAZZISTA DI CASAPOUND NON CI DISTOLGA DAI REALI PROBLEMI DEL NOSTRO TERRITORIO, CHE NON SONO I MIGRANTI, MA LA PRECARIETÀ SUL LAVORO, I TAGLI ALLA SANITA’, L’AGGRESSIONE AL NOSTRO AMBIENTE E LA PRIVATIZZAZIONE DEI SERVIZI PUBBLICI. L’UNICA DIFFERENZA E TRA CHI SFRUTTA E CHI È SFRUTTATO. NOI SAPPIAMO BENE DA CHE PARTE STARE!

 

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Da Colleferro ad Albano: Rifiutiamoli

A quasi un anno dall’inizio del presidio permanente, che ha più volte sbarrato la strada ai camion che trasportavano i materiali utili per il revamping degli inceneritori, un nuovo corteo  ha portato in strada qualche migliaia di persone. Colleferro ha dimostrato di avere gli occhi  ben aperti in difesa della propria salute e del proprio territorio.
Come ogni anno, ci troviamo  a dover subire l’ennesimo attacco in materia di rifiuti, in nome dell’emergenza.

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Contro il razzismo, contro lo sfruttamento

Il Governo Salvini, perché per ora di questo si tratta, desta grande preoccupazione a sinistra, o in quel che ne è rimasto. Una paura giustificata dallo stile rozzo del leader leghista che sta ricalcando passo passo lo schema comunicativo aggressivo e violento utilizzato da Trump negli USA. Uno stile che serve a trascinare l’elettorato inferocito dalla crisi e dalle trasformazioni economiche su scala globale verso un tentativo di riassestare le economie nazionali in chiave sovranista e protezionista. Un linguaggio aggressivo che polarizza l’opinione pubblica e paga tanto in termini di consenso (gli ultimi sondaggi americani e italiani lo dimostrano) e che mobilita l’elettorato.

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Criminale è chi inquina

Lunedì 18 Giugno si è chiuso un altro processo a carico del movimento No Inc di Albano. Tutti assolti dall’accusa di interruzione di pubblico servizio. I fatti risalivano a sei anni fa. durante un presidio spontaneo di fronte la discarica a Roncigliano, per richiedere alle autorita’ competenti il perche’ di odori nauseabondi. Una normale richiesta di intervento per tutelare la salute pubblica.

Finalmente la verita’ è venuta a galla. Rivendicare i propri diritti, non puo’ essere considerato problema di ordine pubblico. Il problema di ordine pubblico rimane una discarica, quella di Roncigliano, che ha gia’ pesantemente inquinato il nostro territorio. Una discarica chiusa a seguito di un incendio e che quindi andrebbe assolutamente bonificata da chi l’ha gestita in questi anni e non riaperta per fronteggiare l’ennesima emergenza rifiuti.

Per questo ci rallegriamo del fatto che il tentativo di criminalizzare quelle donne e quegli uomini che dal 2007 si sono mobilitati evitando la realizzazione di un inceneritore ai Castelli romani, non sia riuscito.

La lotta No Inc ha salvato la salute e l’ambiente dei Castelli romani, evitando inoltre uno sperpero di denaro pubblico che avrebbe arricchito solo Cerroni, patron delle discariche del Lazio e oggi sotto processo per associazione a delinquere.

Anche con questa assoluzione si è ribadito che criminale e’ solo chi inquina e fa profitti sulla nostra salute e non chi si è messo in gioco per difendere il futuro di tutti noi.

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Dopo un anno, nessuna bonifica al sito della ECO-X di Pomezia

Il 5 maggio di un anno fa un incendio scoppiava nel sito di stoccaggio della Eco X di Pomezia, distruggendolo e provocando una densa nube di fumo e pericolose sostanze inquinanti. Difficilmente chi era ai Castelli quel giorno può dimenticare le immagini della nube nera, l’odore acre di plastica bruciata che si sentiva anche a kilometri di distanza, la paura e la preoccupazione provate. È passato un anno e non conosciamo ancora con chiarezza le conseguenze dell’incidente per il territorio circostante, per le attività di agricoltura e allevamento, per la nostra salute; il sito non è stato mai bonificato (con un peggioramento dunque dei livelli di inquinamento già alti); delle responsabilità politiche dell’evento non ne parla nessuno. Già, perché responsabilità politiche ed istituzionali non mancano: mentre i cittadini delle zone limitrofe da mesi si mobilitavano allarmati e depositavano esposti ai Carabinieri, la Regione non controllava le certificazioni dell’Eco X, che evidentemente non era un sito adatto allo stoccaggio di quei materiali (tetto in amianto, assenza di impianto anti-incendio, giusto per dirne due).

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Il nostro 25 Aprile

Ieri pomeriggio eravamo quasi una cinquantina di Compagni e compagne per ricordare che le strade di Genzano hanno una storia e va difesa. Una storia fatta di solidarietà, libertà e pace. Una storia che ci ha insegnato di tenere sempre alta la guardia contro razzismo e fascismo, sia di ieri che di oggi. Per questo non solo abbiamo ricordato coloro che sono stati assassinati dai fascisti nel passato ma anche negli ultimi dieci anni. SIAMO TUTTI ANTIFASCISTI, questo il grido ascoltato per le strade di Genzano!

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La memoria dell’antifascismo e della Resistenza per noi è cosa viva!

Sabato 21 Aprile, ore 16.30

Si parte da P.zza Tommaso Frasconi

Per noi il 25 aprile è un giorno di festa. La festa della Liberazione, nella quale ricordiamo che la Resistenza e l’antifascismo riuscirono a sconfiggere il nazifascismo, a liberare il paese dalle truppe tedesche ma anche dalla ventennale dittatura fascista, tutta italiana, per aprire la strada alla democrazia.

Quando celebriamo il 25 aprile ricordiamo l’altissimo tributo pagato dalle nostre zone e dal nostro paese, un territorio sottoposto a bombardamenti duri, a rappresaglie, ma anche un territorio di lotte partigiane, di guerriglia, di sabotaggi.

Pensiamo agli antifascisti che non piegarono la testa e furono uccisi dal fascismo (come Salvatore Buttaroni) o morirono al confino (come Italo Belardi e Tommaso Frasconi); pensiamo ai combattenti nella Resistenza (come Marco Moscato); pensiamo alle vittime delle Fosse Ardeatine (come Ettore Ronconi).

Mentre li ricordiamo non possiamo dimenticare chi ancora oggi muore vittima del fascismo. In un quadro politico sempre più reazionario, in un quadro economico segnato dalla violenza del neoliberismo, il fascismo, infatti, continua a fare vittime. Vittime che cadono in una guerra non dichiarata, ma ugualmente presente: sono persone uccise perché antifasciste; perché di colore in un’Italia sempre più razzista. Attentati, aggressioni razziste, omofobe e fasciste, morti, solo questo è l’estrema destra ancora oggi.

Non ci interessa la memoria che si fa vuota e ripetitiva liturgia, medaglietta da attaccare al petto, rituale vuoto. La memoria che ci piace coltivare è quella che annoda i fili fra passato e presente, che spinge al cambiamento e alla partecipazione attiva. La memoria dell’antifascismo e della Resistenza per noi è cosa viva!

Per questo ci riprendiamo le nostre strade, le strade del paese in cui viviamo e in cui ogni giorno cerchiamo di costruire una società solidale, giusta, aperta e multiculturale. E mentre scendiamo in corteo non ricorderemo solo i combattenti e le vittime civili della guerra di Liberazione di ieri, ma anche chi da 15 anni a questa parte è stato ucciso dal neo-nazifascismo e dal razzismo. Vorrebbero far cadere i loro nomi nell’oblio, ma noi non permetteremo che muoiano due volte, nell’indifferenza generale. Anche dal loro ricordo passa il nostro percorso di liberazione.

Questo 25 Aprile lo dedichiamo a loro:

Davide Cesare, Milano, 17.03.2003

Fabio Tomaselli, Bolzano, 30.11.2003

Renato Biagetti, Focene, 28.08.2006

Nicola Tommasoli, Verona, 05.05.2008

Abba W. Guibre, Milano, 14.08.2008

Samb Modou e Diop Mior, Firenze, 13.12.2011

Alberto Bonanni, Roma, 07.12.2014

Roberto Pantic, Bergamo, 03.05.2015

Emmanuel Chidi Namdi, Fermo, 06.07.2016

Idy Diene, Firenze, 05.03.2018

UCCISI DAL FASCISMO E DAL RAZZISMO. GLI ASSASSINI SONO TUTTI ITALIANI.

 

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